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Gli obiettivi

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Gli obiettivi sono gli elementi base della fotografia. Per scegliere gli obiettivi giusti e usarli nel modo migliore, bisogna conoscere le loro caratteristiche fondamentali: la nitidezza, l’angolo di campo, la profondità di campo e la prospettiva.

La nitidezza

La nitidezza è uno degli aspetti più importanti di ogni obiettivo. Potete correggere distorsione, vignettatura, aberrazione cromatica e altri difetti dell’ottica, ma è impossibile migliorare la nitidezza – lo Smart Sharpene la Unsharp Mask permettono di migliorare l’aspetto di immagini leggermente soffici, ma non aiutano con foto molto soffici a causa di ottiche scadenti.

Se un obiettivo fosse perfetto, dovrebbe dare i risultati migliori al diaframma più ampio. In realtà, solo gli obiettivi migliori (come alcuni Canon “L”) sono veramente nitidi alla massima apertura, mentre la maggior parte degli obiettivi è più o meno soffice al diaframma più aperto, e migliora chiudendo di 1 o 2 stop. Per esempio, nel mio corredo il Canon 24-105 L IS e il Canon 600 f4 L IS sono veramente nitidi anche al diaframma massimo f/4, mentre il Sigma 180 Macro è eccellente a f/8, ma è un pò soffice a diaframma massimo f/3.5.

Chiudendo il diaframma si migliora la nitidezza perché, usando un diaframma di diametro ristretto, si utilizza solo la luce che passa attraverso la parte centrale dell’obiettivo, che è quella migliore. Quando comprate un nuovo obiettivo, vi consiglio di scattare qualche foto di test a tutti i diaframmi per giudicare la nitidezza. Se userete spesso i diaframmi più luminosi, è essenziale scegliere un obiettivo che sia nitido anche a questi valori: non comprerei mai un tele o uno zoom standard che non sia nitido al diaframma più aperto, mentre non mi interessa molto la qualità a tutta apertura di ottiche macro o supergrandangolari, che generalmente uso a diaframmi chiusi (tra f/8 e f/16).

Dopo aver letto il paragrafo precedente, potreste pensare che più chiudete il diaframma, più migliorate i risultati. Questo è vero finché chiudete a f8 o f11, ma poi la nitidezza diminuisce notevolmente, e ai diaframmi più chiusi – come f/32 – tutti gli obiettivi sono così soffici da essere praticamente inutilizzabili, per i miei standard. Il motivo è la diffrazione : colpisce tutti gli obiettivi (anche i migliori) perché è un fenomeno fisico; non è un’aberrazione e non può essere completamente evitata. Cos’è veramente la diffrazione?

Quando un’onda passa attraverso un foro di larghezza simile alla lunghezza d’onda, essa cambia il suo angolo di propagazione. Dato che la luce è un’onda, e che il diaframma è un foro, gli obiettivi sono affetti da diffrazione. La quantità di diffrazione dipende dal diametro del diaframma. Con diaframmi larghi la diffrazione è molto ridotta; con diaframmi chiusi diventa un problema serio: in genere, preferisco evitare diaframmi più chiusi di f/16; in alcune occasioni ho usato f/22, ma non uso mai f/32 o diaframmi più chiusi.

La visibilità della diffrazione è influenzata dalle dimensioni dei fotositi (pixel): un sensore con piccoli fotositi (come il sensore APS-C da 18 megapixel della Canon 7D, che ha fotositi di 4.3 µm) mostra di più gli effetti della diffrazione di un sensore con fotositi di maggiori dimensioni, come il sensore FF da 12 mp della Nikon D3s, che ha fotositi di 8.2 µm. Vi consiglio di scattare alcune foto di test a diversi diaframmi per determinare qual’e il più piccolo diaframma utilizzabile, a seconda della fotocamera e dei vostri standard.

 

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Confronto tra gli angoli di campo di diverse focali.

L’angolo di campo

L’angolo di campo è determinato da due variabili: la lunghezza focale e le dimensioni del sensore. Le maggiori case produttrici offrono una vasta gamma di lunghezze focali tra 12 e 600mm; ci sono principalmente quattro formati di sensori per le reflex: 4/3 (18×13.5mm), APS-C (25×16.7mm), 35mm (24x36mm), medio formato digitale (36x48mm). La formula per calcolare l’angolo di campo è Angolo = 2*arctan(d/2f), dove d è la diagonale del sensore, f è la lunghezza focale.

In ogni formato, la lunghezza focale che dà l’angolo di campo di circa 46° è considerata la focale “standard”, perché ha approssimativamente lo stesso angolo di campo dell’occhio umano. Gli obiettivi che hanno focali più corte sono detti grandangolari (danno angoli di campo più ampi) e gli obiettivi che hanno una focale più lunga sono detti teleobiettivi (e danno un angolo di campo più ristretto).

La seguente tabella elenca gli angolo di campo (gradi) dati da varie lunghezze focali nei quattro formati principali, e le foto illustrano le inquadrature date da diversi angolo di campo.

 

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La profondità di campo

La profondità di campo è uno dei principi di base della fotografia. Quando mettete a fuoco un’immagine, solo un determinato piano (cioè una distanza) sarà veramente a fuoco. Tutto ciò che è davanti o dietro a quel piano diverrà gradualmente più sfocato; le aree in prossimità del piano di messa a fuoco che mantengono una buona nitidezza costituiscono la profondità di campo.

Ci sono tre fattori che influenzano la profondità: il primo è il diaframma. Diaframmi ampi, come f/2.8 o f/4, danno una profondità ridotta, mentre diaframmi chiusi (come f/16 e f/22) danno una vasta profondità di campo.

 

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A sinistra: A f/4, la profondità è ridotta ; a destra: A f/16, la profondità è molto ampia.

La lunghezza focale è correlata alla profondità di campo e allo sfondo. Se le dimensioni del soggetto sono le stesse, la profondità di campo è identica per ogni obiettivo. Per esempio, se volete fotografare una farfalla, utilizzando lo stesso diaframma avete identica profondità tanto con un macro 50mm che con un 200mm. La differenza pratica è che il 200mm, grazie all’angolo di campo più ristretto, dà uno sfondo molto più pulito.

 

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Se scattate una foto dello stesso soggetto con focali differenti, la profondità di campo è la stessa, ma la focale più lunga dà uno sfondo più pulito.Le dimensioni del soggetto sono la terza variabile. Se fotografate soggetti di ampie dimensioni avrete anche una profondità più vasta. Per esempio, se fotografate una montagna a f/5.6 avrete moltissima profondità di campo, mentre se fotografate una farfalla con lo stesso diaframma la profondità sarà molto più ristretta.

 

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A sinistra: diaframma f/5.6 con un soggetto di 5 millimetri; a destra, diaframma f/4 con un soggetto che misura centinaia di metri.
Come sfruttare al meglio la profondità di campo? Quando fotografate un animale, dovreste sempre mettere a fuoco sugli occhi, e scegliere il diaframma che vi dà la giusta profondità di campo per ottenere il risultato desiderato. Per animali di piccole dimensioni, come una cincia o un passero, uso diaframmi come f/8 o f/11, mentre per soggetti di maggiori dimensioni scatto spesso a af/4 o f/5.6. Nella fotografia macro, se volete avere l’intore soggetto ben a fuoco, dovete cercare di stare perfettamente paralleli al suo corpo.

 

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A sinistra: il soggetto è perfettamente parallelo al sensore: l’intera superficie della ali è a fuoco, pechè è all’interno del piano di messa a fuoco;
A destra: il soggetto non è perfettamente parallelo al sensore: le estremità della ali non sono nitide (perchè fuoriescono dal piano di messa a fuoco).

Nella fotografia paesaggistica, la tecnica è diversa. Alcuni fotografi cercano di calcolare la profondità di campo e la distanza iperfocale (l’iperfocale è la distanza di messa a fuoco che dà la maggiore profondità di campo a un dato diaframma); per quando mi riguarda, lo considero una perdita di tempo, e preferisco utilizzare metodi più semplici e più intuitivi.

Con un grandangolare e un diaframma di f/16, si ha una profondità di campo estremamente ampia, ed è molto facile avere l’intera foto nitidamente a fuoco. Se l’elemento più vicino della composizione è a 2-3 metri io metto a fucoo a 6-8 metri e chiudo il diaframma a f/16 per avere tutto a fuoco, dal primo elemento all’infinito; se l’elemento più vicino si trova a un metro o meno metto a fuoco a 1.5-2 metri e chiudo a f/16 (o, raramente, a f/22, se il primo elemento è veramente molto vicino alla lente). Se volete controllare la messa a fuoco, potete dare un’occhiata alla foto nello schermo LCD, utilizzando la funzione di zoom (molte fotocamere permettono di ingrandire un dettaglio fino a 10x).

La prospettiva

In teoria, se mantenete costante la distanza fotocamera-soggetto, la prospettiva è la stessa per qualsiasi obiettivo. In pratica, i grandangolari vengono spesso utilizzati per includere nella composizione soggetti molto vicini alla fotocamera, mentre i teleobiettivi sono utilizzati per fotografare i soggetti più distanti.

Di conseguenza, i grandangolari tendono a esagerare la prospettiva, mentre i teleobiettivi danno un prospettiva più compressa, più “piatta”. La prostettiva è un elemento creativo molto importante che ha un forte impatto sull’aspetto dell’immagine: nella fotografia paesaggistica, vengono spesso utilizzati i grandangolari per dare un senso di profondità all’immagine, grazie alla loro peculiare prospettiva. D’altra parte, se volete dirigere l’attenzione su un dettaglio, le focali più lunghe permettono di scattare foto più “astratte”, con composizioni più intime e riflessive.

 

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Le due foto sulla destra sono un buon esempio della diversa prospettiva data da grandangolari e tele: la prima è scattata a 12mm, e la prospettiva è visibilmnte esagerata. La seconda foto, scatta a 105mm, ha un’atmosfera molto più “tranquilla”, i rami in primo piano e la torre sembrano essere nello stesso piano, anche se in realtà erano piuttosto distanti.
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